giovedì 10 agosto 2017

Trans. Europe. Express.


Quanto è frammentato The man Machine, tanto è coeso e univoco Trans Europe Express.
Laddove The man Machine ci presenta sei tracce indipendenti e auto conclusive – scintillanti macchine perfette, peraltro – Trans Europe Express è, al massimo, due unici, lunghi movimenti separati dalle due facciate del disco: da un lato, ventiquattro minuti e tonnellate di metallo pesante e oliato alla perfezione che incede immutabile dall'inizio alla fine, una fusione di macchina verniciata di rosso e strano romanticismo mitteleuropeo incasellata nei beats di una drumachine che ha bisogno solo di essere avviata da un interruttore con un gesto umano – l'unico – per poi procedere senza variare o perdere più un colpo anche passando per l'interludio di Abzug e Metal on Metal.
Unstoppable.
Mai monotona.
Familiare.
Rassicurante come sa esserlo solo una macchina.
Permeata di vibrazioni ed emozioni squisitamente umane, sommessa ed assoluta, che taglia come burro il paesaggio dell'uomo, indifferente e affilata come un ago di lucente acciaio brunito.

So che le definizioni capolavoro assoluto et similia sono ampiamente abusate, in questo e in moltissimi altri campi, ma nel caso di Trans Europe Express, come diciamo qui nella capitale... fateve servì.
Questo è un disco storico, una pietra angolare della musica moderna, una gemma sfaccettata che non vi stanca mai quando la guardate e un punto di riferimento.
È un classico e come tale non morirà mai.
Fatevi un favore e mettetevi le cuffie.

mercoledì 9 agosto 2017

Nessun albero è stato abbattuto per questo ritratto.

A una prima impressione, quello che vedete qui sopra può sembrare una buona riproduzione su carta della fotografia di George Mayer che vedete in fondo al post.
E in parte, è davvero così, perché alcune delle sue parti sono state effettivamente realizzate a mano, con una vera matita di vera grafite su vera carta, per quanto non riesco (ancora) a capire bene in che modo e secondo quale logica questo dovrebbe qualificare il ritratto qua sopra rispetto uno eseguito quasi interamente con Photoshop (come, in effetti, è).

Credo che esistano ancora parecchi pregiudizi secondo i quali, se una roba è fatta con l'ausilio di un computer e di un software, allora non vale nulla o – comunque – vale meno che se (la stessa persona, badate bene) l'avesse realizzata attraverso media tradizionali, come carta, matite, pennelli, eccetera.
Anche perché le mie ore di sbattimento sul Mac ce le ho investite, sappiatelo.

Domenica scorsa ho pubblicato la prima, e nei prossimi giorni ve ne farò vedere altre.
Se avete un'opinione in merito, mi farebbe piacere sentirla.

domenica 6 agosto 2017

Quando vai così lontano che hai fatto tutto il giro.

Io con la matita in mano ci sono nato.
O, a voler essere precisi, con la penna biro. Blu.
Perché era quella che usavo per disegnare, di tutto, ovunque e in qualsiasi momento, almeno finché i miei insegnanti, intuito che forse possedevo un talento degno di essere affinato, non mi hanno iniziato al mondo delle belle arti, delle carte speciali, delle matite graduate, dei rapidograph, degli acquerelli e dei Caran d'Ache.
E, c'è poco da fare: se ti mettono in mano gli strumenti giusti, riesci a tirare fuori roba migliore. E con meno sforzo.
Per anni, anzi, per decenni, la matita faceva quello che volevo io.
Un'estensione della mia testa ancor prima che dei miei occhi. Uno degli strumenti espressivi più potenti che avessi. Se potevo pensarlo, se potevo immaginarlo, potevo disegnarlo.
Facile.
Poi arrivò il Mac, e cambiò tutto.
Non di colpo, certo. Photoshop doveva ancora essere inventato, ma quando uscì qualcuno capì  – forse con un brivido – che non si sarebbe più tornati indietro.
Amai Photoshop immediatamente.
Era come mettere il turbo alla mia matita, era come dotarla di un mucchio di accessori rutilanti e scintillanti, era come riempire il serbatoio della mia testa di benzina ad alto numero di ottani.
Avviare Photoshop era come ingranare la prima su una Lamborghini e tenere il piede schiacciato sulla frizione pronti a schizzare avanti a velocità di fuga. Verso il futuro.
Nel corso degli anni novanta, cambiai più Mac e versioni di Photoshop che blocchi da disegno.
Nessuno era più interessato all'illustrazione tradizionale.
Sui miei hard disk si accumulavano gigabyte di livelli di robe digitali, e in qualche cassetto le mie matite – le Staedtler blu e nere, le koh-i-noor gialle e marroni – non avevano più bisogno che le facessi la punta.
Però, a volte si corre così veloce e così a lungo che si fa tutto il giro.
E ci si ritrova a fare finta di usare di nuovo quelle matite chiuse nel cassetto, su fogli di carta che non scadono e che non hanno bisogno di corrente elettrica o di aggiornamenti.
Da un po' sto lavorando a una mia vecchia fissa, lavorare delle fotografie fino a farle sembrare dei disegni.
Qualcosa che – ve lo posso assicurare – è parecchio meno facile di quanto possiate pensare.
Per oggi, però, posso dirmi soddisfatto.



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