sabato 27 maggio 2017

Hyper.

Oggi, si sperimenta.
Mi piace abbastanza da farlo diventare l'header del mio trascurato blog.

martedì 23 maggio 2017

Abbiamo perso anche Roger Moore.

Non solo Bond, ma anche lord Brett Sinclair di Attenti a Quei Due, Il Santo, cavaliere dell'Impero Britannico, attivo animalista, ambasciatore dell'Unicef: il cancro se ne frega chi sei o chi sei stato, e ti mangia pezzo per pezzo finché di te non resta che la Leggenda.
E con lui se ne va un altro pezzo della mia adolescenza.

giovedì 18 maggio 2017

Alien Covenant. Due chiacchiere e quattro clip, senza spoiler.

Se volete leggere di Alien: Covenant, trovate pronte migliaia di recensioni belle che pronte sul web, molte delle quali scritte da haters dell’ultim’ora di Ridley Scott (o, almeno, da quando sono rimasti delusi da Prometheus e da allora non gli hanno perdonato più niente e anzi ce l’hanno sempre nel mirino, attaccando alla fine dei loro commenti sdegnati un “ormai s’è proprio rincoglionito” che ci sta sempre bene).
Naturalmente, troverete anche quelle degli entusiasti, e, una volta di più, potrete fare una media, o, meglio ancora, investire otto o nove euro (che altrimenti avreste speso in una birra servita in un bicchiere di plastica in un locale con la musica troppo alta) e andare a vedervelo nel cinema a voi più comodo e farvi un’opinione tutta vostra.
Tutto quello che posso fare io per voi è consigliarvi di guardarvi prima queste clip rilasciate da Fox (ve le ho raccolte in fondo a questo post), che non spoilerano assolutamente nulla ma che – forse – vi aiuteranno ad entrare un pelo in empatia con la crew della Covenant, che, questo lo devo proprio dire, il montaggio ha ridotto a facce e nomi di cui non vi ricorderete più non appena messo piede fuori dalla sala.
Se poi non vi fidate, e non volete vedere e/o leggere niente di anticipatorio prima di vedere il film, allora vi ripropongo un estratto del manoscritto privato “Teoria della propagazione aliena” del Dr. Waidslaw Orona, consigliere civile del Corpo Coloniale dei Marines. Scritto dopo gli accadimenti di Aliens: Scontro finale, ma pubblicato sulla Terra nel 1991 (paradossi temporali, che ci volete fare).
Ve lo accompagno con un paio di miei disegni d’epoca, roba tardi anni ottanta, ma ancora buona, a mio avviso.

Gli esseri umani soffrono di una peculiare nozione egocentrica riguardo la natura della vita. Diamo per scontato che altre forme di vita si debbano in qualche modo conformare ai nostri confortevoli standard logici e morali. Questo è, chiaramente, assurdo.
Ciò che chiamiamo “moralità” è una sottile membrana di principi arbitrari, facilmente ignorati quando fa comodo. Perché dovremmo aspettarci più da una forma di vita aliena che non da noi stessi?
Per limitarci ai fatti pratici, molto i quello che presumiamo di sapere sulla forma di vita aliena, sono congetture. Ad ogni modo, al di là delle teorie, esistono due fatti assoluti, ed inequivocabili:
1) non sono come noi.
2) non riusciremo mai a capirli fino in fondo.
A giudicare dal denso esoscheletro degli alieni e dalla loro rimarchevole adattabilità, dobbiamo presumere che il loro mondo-natale sia un ambiente arido e desolato.
Sappiamo, sulla base dell’incontro di Acheron, che gli alieni hanno una gerarchia basata sulla Regina. Sappiamo anche che formano degli alveari per proteggere i loro piccoli.
AD un certo punto, forse ciclicamente, la regina dell’alveare avverte il bisogno istintivo di creare nuove colonie e depone uova che più tardi saranno le larve-regina.
A giudicare dal leggendario “temperamento” degli alieni, è probabile che questa speciale colata di uova sia rimossa rapidamente dalla camera della refila e nascosta altrove.
Col passare del tempo, i fuchi provvedono a fornire dei corpi-ospite per le giovani regine.
Per molti della comunità scientifica, questa forma di parassitismo nel processo di crescita è l’aspetto più rivoltante dell’intera biologia aliena; per gli alieni è una cosa perfettamente naturale, come per noi dare un giocattolo a un bambino.
Il periodo di incubazione è relativamente corto: giorni, o persino ore. La nascita è un’ordalia di dolore e violenza. Appena le giovani regine emergono, avviene una battaglia per la supremazia: immaginate una specie dove il primo atto eseguito coscientemente è uccidere.
Eppure, anche ora esito a trarre implicazioni darwiniane da queste lotte: uccidere può essere semplicemente un modo, per le nuove regine, di definire la loro realtà.
Presto la nuova regina guida una schiera di fuchi lontano dal vecchio alveare. I fuchi sono gli schiavi della regina e non esiste nulla di più importante della costruzione del nuovo alveare. Se non sono disponibili materiali da costruzione naturali, forse altri elementi della colonia dovranno sostituirli.
Non bisognerebbe descrivere questo come un atto di cannibalismo, quanto come un rimarchevole e spietato pragmatismo.


Gli alieni non pensano in termini di sacrificio. L’alveare è tutto. Ciò fa sì che la morte per loro non abbia lo stesso significato che noi le diamo.
Tutti gli ecosistemi si basano su un delicato equilibrio. Questo è vero sia per il mondo natale degli alieni che per il nostro. Sul loro mondo, gli alieni avrebbero un gran numero di nemici naturali: qualcuno vivrebbe, qualcuno morirebbe, e la popolazione aliena sarebbe tenuta sotto controllo. I corpi dei morti verrebbero usati per rinforzare le pareti dell’alveare. Il ciclo continuerebbe. L’ecosistema andrebbe avanti.
L’infestazione aliena, violenta e incontrollabile, ha luogo quando le creature vengono rimosse dal loro habitat naturale. Possiamo solo provare a immaginare come questo sia potuto accadere. Forse fu milioni di anni fa. Forse solo decine. Il risultato finale è ciò che importa: in qualche modo, gli alieni vennero trapiantati su altri mondi.
Le creature non si preoccupano dei particolari degli ambienti che li circondano: essi sono interessati solo alle circostanze.
Laddove i nemici naturali spariscono, l’equilibrio si rompe: tutto quello che rimane sono le prede.
Noi uomini crediamo che la tecnologia ci abbia reso invincibili, che ci siamo evoluti al di là delle semplici nozioni di predatore e preda: semplicemente, non c’era motivo per cui l’equipaggio della Nostromo o della Sulaco (o i coloni di Acheron) dovessero pensarla diversamente. 
L’uomo non si era mai trovato troppo a suo agio nello spazio. Con tutte le nostre navi, tute ad atmosfera ed armi eravamo degli intrusi. 
Un ambiente ostile, selvaggina abbondante: gli alieni, invece, devono essersi sentiti totalmente a loro agio.
Gli uomini hanno confuso la comodità con la sopravvivenza. Per noi, esistere non è abbastanza: vogliamo una vita che sia anche ben equipaggiata. Gli alieni non hanno di queste pretese. Vivono in un mondo molto semplice: vivono per uccidere, uccidono per vivere. Per riprodursi.
E alla fine… sopravvivono.

giovedì 4 maggio 2017

Blade Runner 2049, i poster.

Ho capito, ormai, che è buona norma aspettare e vedere prima di giudicare.
Di certo c'è che, quando vai a toccare un mito come Blade Runner, il rischio di attirarti addosso il disprezzo di miliardi di persone è significativamente alto.
Per ora, potete giudicare i due character poster.


venerdì 28 aprile 2017

[recensione]The Circle


Di The Circle, prima che scadesse l'embargo che impediva di parlarne prima della sua uscita ufficiale (oggi), su Facebook ho scritto brevemente: è un film che cambierà il vostro rapporto con Facebook.
Magari per qualcuno, almeno.
Magari per qualche giorno.
Ma poi, ci si dimentica dei segnali d'allarme lanciati, e ci si riadagia nella consuetudine della condivisione e della consultazione di frammenti e scampoli di vita propria e altrui. Perché è esattamente così che avvengono, oggi, le rivoluzioni: non con gli attentati e con gesti eclatanti, ma un pezzetto alla volta.
Man mano, pezzetto per pezzetto, abbiamo barattato la nostra privacy con altre cose: il lampo effimero di un riflettore sulle nostre vite, una manciata di like qua, un commento di là, un certo numero di followers, un certo numero di "amici", un certo numero di di condivisioni.
Che più sono, più siamo felici. Non negatelo.
Man mano, pezzetto per pezzetto, abbiamo costruito un io digitale, un riflesso migliorato di noi stessi per appagare il nostro bisogno di approvazione e di interesse da parte del mondo, al prezzo di raccontare — potenzialmente a un numero incredibile di perfetti estranei — cosa facciamo, dove andiamo, quello che mangiamo. In tempo reale. Sempre. Un prezzo che non ci accorgiamo neppure più di pagare, perché lo pagano anche tutti gli altri e quindi non ci fa impressione.
Un prezzo che non ci appare caro per nulla, perché ci stanno dicendo che la privacy è roba vecchia, roba del secolo passato, che è inutile e persino sbagliato difenderla tanto strenuamente, che non ne vale la pena. Anzi, di più: che è sbagliato.
Che se ci tieni così tanto, forse hai qualcosa da nascondere.
Che se non condividi, sei tu quello strano. Che stai togliendo qualcosa a qualcuno.
Che sei nel torto, o, comunque, stai facendo parte di una minoranza sempre più esigua, e lentamente — un pezzetto alla volta — finirai ai margini della società.


The Circle, però, va oltre.
E ti prende con una sua logica perversa, riassumibile, grossomodo, in una sola affermazione: se sai di essere osservato, ti comporti meglio.
Ne consegue che se tutti osservano tutti, tutti ci comportiamo meglio. E viviamo in una società migliore. Una vera democrazia, dove nessuno, a cominciare dai potenti, può commettere abusi, ingiustizie, crimini o anche solo lasciare alzata la tavoletta del cesso senza che tutti lo vengano a sapere.
Sembra figo, vero?
Ora, immaginate che tutti possano leggere le vostre email. I vostri messaggi, le vostre chat, guardare cosa avete sul vostro computer, il vostro tablet, il vostro smartphone. Che la vostra cronologia Internet sia pubblica e consultabile da chiunque. 
Di più: immaginate che qualcuno metta in commercio delle webcam, talmente piccole che possono mimetizzarsi nell'ambiente. Talmente economiche e del tutto anonime che potete acquistarne una dozzina e sistemarle, senza alcun permesso, dove vi pare e piace. 
Potrete di certo usarle per centinaia di ottimi fini: la vostra sicurezza e quella di chi amate, un'informazione non filtrata e immediata, e molto altro ancora. 
Ma anche per migliaia di pessimi scopi.
E il punto è proprio questo: che ogni medaglia, signori, ha il suo rovescio.
E per gran parte del film, la protagonista, proprio come noi, non è che non lo veda. È che prima si sforza di abituarcisi per non restare tagliata fuori, poi perché fa finta di non vederlo, poi perché ci si abitua e non ci pensa più, poi perché il rovescio diventa il diritto.
E la rivoluzione è compiuta.
D'improvviso, viviamo in un acquario e non riusciremmo più a tornare nel mare.
O anche no.
E questo (oltre ad alcuni dialoghi ben scritti e un efficace commento sonoro) è quanto troverete di buono nel film, e non è poco, sia chiaro.
Quello che c'è di meno buono è uno svolgimento convenzionale, prevedibile, senza nessun particolare guizzo stilistico. Una presenza di lusso come quella di Tom Hanks che ormai si è capito che si spreca solo per un certo tipo di pellicole e in altre lavora col pilota automatico. Una Emma Watson che sembra capitata lì per caso. Scivoloni nella sceneggiatura, incoerenze e svolte narrative al limite della credibilità.
Ma, alla fine della fiera, il giudizio è positivo.
The Circle dice qualcosa di più di una puntata di Black Mirror?
No. Ma è anche vero che Black Mirror è una grande serie, e quindi, anche se il film si porta dietro — sempre — un taglio televisivo che non lo fa volare alto più di tanto, merita di essere visto.
Perché comunque fa pensare, suggerisce, indica, suggestiona. E, a volte, fa paura. 
Purtroppo, non abbastanza a lungo.

lunedì 17 aprile 2017

Cattivi che potevano essere più cattivi.

Un universo parallelo in cui Rogue One si apre con la stessa scena d'apertura di Inglorious Basterds, solo con Orson Krennic al posto del colonnello Hans Landa e con la medesima tensione drammatica e gli stessi dialoghi di tarantiniana memoria, piuttosto che quella robetta un po' – inevitabilmente – disneyana che abbiamo avuto.
Se qualcuno vuole girarne un remake, sa dove trovarmi.


domenica 16 aprile 2017

Oggi neanche sarò davanti il Mac...

...quindi beccatevi la pinup pasquale che ho lasciato programmata da venerdì e basta.
Un abbraccio, vicini e lontani.
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